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Premdaya, Humaniversity Student in One Year Intensive - marzo 2008 E dire che all’inizio non ci volevo andare e mi sembrava strano che il mio amico Guruprem mi avesse consigliato un posto così, che costava, tra l’altro, un bel po’ di soldi. Mi ripetevo infatti che la spiritualità è gratuita, perché farla pagare? La curiosità comunque rimaneva e infatti, dopo una trance dance con Leela, mi ritrovai a scrivere a Humaniversity dicendo che sarei andata la settimana successiva a fare il tourist program. Non sapevo assolutamente nulla di Osho e di Veeresh, della dinamica o dell’AUM Meditation ma sapevo che dovevo fare qualcosa, che la mia mente continuava a prendersi in giro da sola e a tenere tutto sotto controllo, secondo gli schemi a cui si era abituata. Arrivai su il sette di Novembre e ancora ricordo che ero terrorizzata benché non sapessi cosa mi stesse aspettando! Entrai nell’ingresso e venni accolta con un caldo abbraccio da un giovanotto biondo che mi indirizzò verso il Booking Office. Al momento di rendere ufficiale la mia permanenza per due settimane, mi sentivo confusa e così mi invitarono a prendere un tè nella sala da pranzo. Lì incontrai Kabir e Debora che mi raccontarono entusiasti della loro esperienza e così mi rassicurai e mi preparai a questa nuova esperienza. Il primo gruppo che feci, a partire dalla sera stessa, mi sembrò estremamente duro a causa delle mie resistenze ma da subito persone più esperte mi affiancarono, aiutandomi a muovere la mia energia e riempiendomi di calore e abbracci! Alla fine del gruppo iniziai il Tourist program il cui obiettivo era quello di chiarirmi le idee su ciò che volevo fare nel mio futuro, sulla strada spirituale che volevo intraprendere e su cui avevo ancora molti sogni e misteri. Oggi, a distanza di quattro mesi posso dire che il Tourist passò fulmineo e che solo verso la fine cominciai a viverlo totalmente e ad abituarmi alle sessioni, alle meditazioni, alle regole della comune e a fidarmi dei terapisti. Soprattutto alla fine del Tourist program cominciai a divertirmi in quello che facevo e questa fu la spinta maggiore a scegliere di entrare nello Student program, a non tornare in Italia e a rimanere lì almeno per altri due mesi. La vita, nel Tourist program, è fatta per la maggior parte di sessioni e lo sguardo è costantemente concentrato su di sé, attraverso lo stretto contatto con le altre persone dello stesso programma, della stessa “tourist family”. Il passaggio allo Student program implica una maggiore attenzione al vivere all’interno della comune. Ciò che è eccezionale di questo programma è il suo mettere a contatto con ogni aspetto di sé, visto attraverso le tante situazioni che quotidianamente si vivono all’interno della comune: il rapporto col lavoro, con la propria famiglia comunitaria (la student family), con l’autorità (coloro che stanno a capo di un settore e lo staff che decide il programma da seguire ogni giorno), con gli esterni (le persone che vengono nei weekend per partecipare ai gruppi), con le relazioni di coppia, con il sesso, con la gelosia, con la sincerità, etc… Non avevo programmato di fermarmi e fare lo Student program, ero pronta a spiccare il volo per l’India cercando me stessa, la mia anima, un viaggio che riguardava solo me e le energie dell’universo che mi seguivano e proteggevano. Non avevo considerato e forse il giorno della scelta ne ebbi un’intuizione inconsapevole, che per capire chi sono avevo bisogno di confrontarmi con gli altri e lì trovare il mio centro. E questo accadde: ho trovato chi sono e il mio centro seguendo, anche quando mi sembrava ingiusto o non avevo voglia, tutto ciò che mi veniva detto di fare: svegliarmi alle sei e trenta ogni mattina per fare la dinamica, fare tutti i lavori che mi venivano assegnati, andare a dormire tardi la sera anche quando mi sentivo stanca, accettare i feedback, ossia i commenti che gli altri mi davano su ciò che vedevano di ciò che ero o facevo, non reagendo mai all’autorità ma osservando i sentimenti che questa mi suscitava. Mi ricordo che un grande insegnamento, a cui al tempo reagii dentro di me vigorosamente, derivò dal daily meeting che veniva fatto ogni pomeriggio e che comportava il richiamo verso tutti gli abitanti della comune, sull’attenzione da porre alla cura della casa e sull’ordine delle proprie cose. Ricordo che spesso reagii male dentro di me a questi richiami, potendo osservare quello che era stato l’atteggiamento che avevo avuto nella mia vita verso la cura di me stessa e dei posti in cui vivevo. Benché infastidita cominciai a seguire i richiami e a prestare attenzione ad ogni porta o luce lasciata aperta, maglietta non piegata, scaffale non ordinato, tazza lasciata in giro. Non era importante chi si fosse scordato di spegnere la luce o rimettere a posto le sedie dopo aver mangiato, l’importante era accorgermene e sistemarlo o comunicarlo alla persona che gestiva la casa. La stessa attenzione era incoraggiata anche verso le persone che vivevano nella casa, soprattutto verso la propria famiglia, e questo si rivelò difficile. Osservare e vivere con gli altri, essendo sincera su ciò che vedevo: una dimenticanza, un malessere, un tentativo di scappare dalle responsabilità.. tutto questo diventava affar mio, nonostante fossi impegnata a guardare dentro me stessa. Più davo feedback e ne ricevevo più l’amicizia cresceva nonostante i sentimenti di avversione che questi provocavano in me. Ho sempre pensato che l’amore fosse comprensione, ora ho capito che l’amore è onestà e sincerità e che più persone mi indicano ciò che non vedo, più ho l’opportunità di crescere, nonostante i sentimenti di fastidio che ancora mi invadono quando qualcuno commenta ciò che faccio. Ho scoperto che spesso nascondevo e negavo i miei sentimenti, sorridendo anche quando mi sentivo ferita o arrabbiata; oppure che non osavo fare ciò che non sapevo fare per il terrore di sbagliare, negandomi la possibilità di imparare e di chiedere aiuto. Il lavoro si è rivelato essenziale a farmi vedere questi aspetti soprattutto quando mi sono trovata a lavorare in cucina, un ambito in cui non mi ero mai sentita portata e che avevo escluso sostenendo di non essere capace di cucinare. Lavorare in una cucina grande con altre persone, per nutrire un minimo di trenta o quaranta persone, si è rivelato piacevole e semplice nonostante i miei pregiudizi così pure lavorare nel dipartimento chiamato Debop che si occupa della manutenzione della casa. Mi sono trovata a pitturare o dipingere muri, a trasportare travi come un muratore, a piantare chiodi e…mi sono divertita tantissimo a scoprire di poter facilmente sollevare pesi quanto un uomo, a sentire il mio corpo forte e agile, dopo tanti anni passati a studiare e a lavorare con la mente!. Risultato: ho messo su sei chili di muscoli e il mio corpo è diventato tonico e scattante come non avrei mai pensato che potesse essere! Il dipartimento che amavo di meno è stato quello che si occupava della pulizia della casa e che all’inizio rifiutavo e detestavo. In realtà ho imparato molto quando ero assegnata a questo settore, soprattutto per quello riguarda la mia immagine del femminile e ciò che scatenava dentro di me il pulire la casa. Avendo studiato per anni questioni di genere e femminismo, il settore delle pulizie è quello che mi ha permesso di liberarmi dai pregiudizi femministi che avevo ormai incarnato e che vedeva nel pulire un’attività subordinata e femminile. In realtà, persa questa connotazione, le pulizie permettevano chiacchierate e condivisioni coi propri compagni, conoscenza più approfondita della casa ed esercizi di meditazione quando mi trovavo a lavorare da sola. Osservare me stessa senza negare i miei sentimenti e i miei giudizi, per poi vederli come tali e poter cambiare il mio modo di vivere le situazioni che mi si presentavano, è stato dei più grandi lavori che ho fatto a Humaniversity e che mi permette, anche ora che ne sono fuori, di tornare al mio centro e scegliere, di volta in volta, come vivere la mia vita, senza negare anche la negatività ma senza cascarci dentro e restarci. Sono padrona di me, ora che ho visto chi sono e questo mi permette di respirare a pieni di polmoni in qualsiasi situazione mi trovo, a ritornare alla meditazione, all’amore nonostante i temporali della mia mente e della mia emotività! Le potenzialità del corpo e l’amore per come si muove, leggero, agile e resistente, mi ha invogliato a mantenerlo tale, curando l’alimentazione e imparando a sentirlo e ad amarlo in ogni momento. Le relazioni con gli altri sono migliorate ora che riconosco me in ogni persona che incontro e soprattutto che riesco a scindere i sentimenti che derivano dal passato, dalla realtà che mi trovo a vivere. Anche l’aver imparato a riconoscere i miei bisogni mi aiuta ad essere sincera rispetto a ciò che mi piace o non mi piace e a non ritenermi più una vittima che subisce le decisioni e le azioni altrui. La cosa che comunque resta la principale nella mia esperienza a Humaniversity è l’amore e l’amicizia che ho sperimentato e trovato. Ricordo che, dopo le resistenze iniziali, incominciai a riscoprire e accrescere dentro di me un sentimento fortissimo di amore e gratitudine per essere lì, per le persone che avevo intorno, per l’esistenza, per Veeresh e per i membri dello staff. Ovviamente a volte ce l‘avevo con i terapisti, perché dettavano le regole che dovevo seguire e soprattutto mi facevano notare lati di me che preferivo non vedere, scatenando in me sentimenti dolorosi. Probabilmente se non avessi sentito quanto amore esprimono queste persone sarei scappata a gambe levate dalle mie paure e dai miei ricordi dolorosi, ma sentire il loro amore per me mi ha fatto anche piangere dalla commozione e correre spesso incontro a loro solo per abbracciarli e sentirmi nuovamente incoraggiata ad andare avanti nella mia ricerca interiore. L’amore come energia, come forza e potenza che metto nella mia vita e nel rapporto con gli altri, l’amore come radice del mio essere, come ciò a cui tutto si riduce e riconduce, l’amore come bellezza e leggerezza che è propria di quel nome che mi ha dato Veeresh e che mi fa amare chiunque incontro e vincere ogni resistenza o giudizio per creare l’amicizia. Premdaya 
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